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Buon Vento, grande Zac

Il 10 giugno scorso Vincenzo Zaccagnino ha mollato gli ormeggi.

Per ricordarlo abbiamo scelto di pubblicare due dei tanti contributi che sono stati scritti su di lui.
Uno di Pino Aprile e l’altro di Fabio Pozzo

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Un grande uomo ha mollato gli ormeggi per l’oceano senza fine e ritorno (Pino Aprile)

 

Vincenzo Zaccagnino ha fatto la storia del giornalismo di nautica, in Italia. Ha insegnato giornalismo nautico a un paio di generazioni di colleghi. Eravamo molto amici, anche se da qualche anno, navigando in mari diversi, non ci sentivamo più. Ma la nostra era una di quelle amicizie “all’inglese”, che cominciano con l’escludere la conversazione e poi anche la frequentazione. In realtà, ci incontravamo solo per lavoro e qualche rara cena di cazzeggio, entrambi disincantati sognatori a partorire mondi per le prossime sette-otto vite. Solo che lui era un uomo anche terribilmente pratico e dopo un po’ vedevi qualcuna di quelle chiacchiere diventare un progetto, una testata, una rubrica, un’inchiesta, una trovata pubblicitaria per far arrivare nuove risorse ai suoi giornali. Geniale! Un giorno mi chiese di raccontare “il mio modo di vedere il mare” su Yacht Capital. “Soldi pochi, ma ti diverti”, disse. “Pochi, tanto per cambiare…, eh, Zac?”, risposi. Quella mia “stanza” su Yacht Capital cominciò come un gioco, lo sfogo cartaceo di una passione marinara vissuta per la maggior parte del tempo alla scrivania. Alla fine ne nacquero tre libri, “Il mare minore”, “A mari estremi”, “Mare, uomini, passioni”. Fino a sfociare nella direzione di “Fare vela”, prima che tutto fosse sacrificato alla scrittura di “Terroni” e altri libri.
Per dire di come, ridendo e mangiando, Zac riuscisse a influire sulla vita delle persone. Alcuni malsopportavano la sua preponderanza nel gran circo della nautica, ma è il destino che tocca a tutti i grandi e i capostipiti: il mugugno dei mediocri e la ribellione dei figli (professionalmente parlando) che appresa la lezione, navigano da soli. Poi, però, tutti a posare il tributo della gratitudine nelle mani del patriarca. Sapeva quanto valeva e sapeva farselo riconoscere, senza ostentazione, per la sua capacità di comprendere il valore degli altri ed esaltarlo, senza temerne l’ombra; ché, tanto, la sua sarebbe stata sempre più grande. In tutti i sensi…
Ciao, Zac, buon vento. E un abbraccio a Matteo e Pietro i tuoi figli “gemelli diversi”.

 

Addio Vincenzo Zaccagnino, l’uomo che aveva saputo raccontare il mare (Fabio Pozzo)

Era il decano dei giornalisti di nautica in Italia, fondatore e direttore di diverse riviste, scrittore, collaboratore de La Stampa. Aveva 84 anni

Lo avevamo chiamato due settimane fa per chiedergli un pezzo sul mercato delle crociere, settore di cui forse per primo in Italia aveva compreso l’ascesa, anche come fenomeno di costume. “Mi sono rotto il femore, sono in ospedale. Non riesco a farlo, mi spiace molto. Mi dicono che ne avrò per un mese. Ma dopo, ci sentiamo sicuramente”. Non lo abbiamo più sentito e non lo sentiremo più: Vincenzo Zaccagnino, 84 anni, è morto l’altra notte a Roma.

Era il decano dei giornalisti di nautica in Italia. Aveva fondato e guidato diverse riviste, da Nautica a Mare, da Mondo Sommerso a Mondo Barca, fino a Yacht Capital e la sua galassia (Yacht Design, Yacht Digest, Yachtsman, Crociere, Traghetti), con cui insieme col figlio Matteo aveva saputo unire la tecnica al glamour, la passione agli uomini. Un magazine che non era solo per addetti ai lavori, che era bilingue (inglese), che si poteva trovare in diversi aeroporti e luoghi strategici del mondo.

Vincenzo era un appassionato vero del mare. Barche, navi, oggetti, storia, tradizioni. Una curiosità, una conoscenza che aveva riversato nei suoi libri (tanti, l’ultimo, “Barchette di carta: la lunga rotta di un giornalista tra storie, sfide e personaggi della nautica internazionale”, per Mursia, suona ora come un commiato) e nei suoi articoli, che avevano raccontato il blu anche su diversi quotidiani, non ultimo La Stampa.

Era, forse, un uomo d’altri tempi. Che inviava per Natale gli auguri scritti, su cartoncini realizzati appositamente, con figure della storia marinaresca che lo vedevano ritratto nelle pose più maestose o piratesche. Perché sapeva anche prendersi in giro, sorridere, commentare con soave ironia un mondo che in fondo gli piaceva e sentiva di farne parte. Lui che proveniva da una famiglia di naviganti di Lussino, l’isola di Straulino. Un uomo d’altri tempi, per modi ed educazione, per amore dell’approfondimento e dello studio, per l’eleganza del blazer – difficile, mantenerla, per uomini della sua stazza. Per la voglia di parlare di barche, regate, navi e in questo modo navigare ancora.